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sabato 18 luglio 2026

Ti invio questo passo profetico di rara proclamazione. F.llo Sabatino



Ti invio questo passo profetico di rara proclamazione. 
È un  testo che appartiene alla regione più alta e meno esplorata della rivelazione. 
È la voce di Abacuc, che non parla come semplice supplicante, ma come testimone della potenza eterna  del Signore.

«Signore, ho udito la tua fama e sono preso da timore; ravviva la tua opera nel corso degli anni, nel corso degli anni falla conoscere; 
nell’ira, ricordati della misericordia.»

Il versetto di Abacuc 3:2 si colloca all’interno di una composizione profetica di straordinaria densità    che pochi osano attraversare. 
La voce del profeta non si limita a un’invocazione devota. 
Essa assume la forma di un atto dichiarativo, quasi un memoriale giuridico depositato davanti al Tribunale divino, nel quale l’uomo, consapevole della propria finitudine, si presenta come testimone della potenza sovrana dell’Eterno.

L’espressione 
«ho udito la tua fama» non va intesa come semplice percezione uditiva, 
bensì come ricezione di una notizia che possiede natura ontologica, 
una comunicazione che non informa soltanto, ma trasforma. 

Il profeta non ascolta un racconto. 
Egli percepisce la risonanza della gloria divina, una vibrazione che attraversa i secoli e che, giunta fino a lui, lo investe con la forza di un decreto eterno. Da qui il timore, non inteso come paura servile, ma come consapevolezza giuridica della santità, come percezione della distanza ontologica tra il Creatore e la creatura.

Il cuore del versetto è la petizione: 
«ravviva la tua opera». In questa formula si cela un concetto di altissima complessità teologica. 
Il profeta non chiede un intervento nuovo, ma la riattivazione di un atto già emanato, come se implorasse che Dio riapra un fascicolo antico, un decreto depositato nella storia della salvezza, e lo renda nuovamente operativo. È un linguaggio che richiama la giurisprudenza divina, nella quale l’opera del Signore non è soggetta a obsolescenza, 
ma può essere riattualizzata, 
resa manifesta, riportata in vigore nel corso degli anni. 
Il tempo, qui, non è un limite. 
E' il palcoscenico sul quale la volontà eterna di Dio si rende visibile.

La clausola finale «nell’ira, ricordati della misericordia» costituisce uno dei vertici più alti della teologia biblica. 
In essa si manifesta la tensione tra la giustizia retributiva e la grazia sovrana. 
L’ira di Dio non è capriccio, ma esercizio della Sua santità. Tuttavia, il profeta osa appellarsi alla misericordia come principio superiore, come dispensa regale capace di sospendere la pena, mitigare il giudizio, ristabilire la comunione. 
È come se Abacuc invocasse una clausola di clemenza inscritta nel cuore stesso di Dio, una prerogativa sovrana che permette al Giudice di temperare la sentenza con la tenerezza del Padre.

Fratello Sabatino

lunedì 13 luglio 2026

Il principio scritturale secondo cui non si possono servire due padroni..



Il principio scritturale secondo cui non si possono servire due padroni, costituisce una delle affermazioni più perentorie dell’intera rivelazione neotestamentaria. Esso non si limita a delineare un’etica della dedizione, ma definisce la struttura ontologica della vita rigenerata.

venerdì 10 luglio 2026

lunedì 6 luglio 2026

L'Offesa: una prigione che possiamo chiudere.

L'Offesa: una prigione che possiamo chiudere.
​Spesso pensiamo che l’offesa sia solo il male ricevuto da altri. Ma il vero pericolo, quello evangelico, è cosa facciamo crescere in noi dopo averla subita.

sabato 27 giugno 2026

Il Vangelo di Giovanni, al capitolo 13, ci consegna un paradigma eccelso.

Caro pastore Ciano. Questa mattina ho nel cuore un messaggio che desidero condividere con voi nella comunione santa del nostro Signore.
L’umiltà, virtù somma e principio generatore di ogni autentica vita spirituale, rappresenta la cifra distintiva del credente che aspira a conformarsi pienamente alla volontà divina. 
Essa non è semplice disposizione dell’animo, ma habitus interiore che orienta la nostra volontà verso Dio, rendendoci docili, mansueti e capaci di servire senza alcuna vanagloria.

La Scrittura ci ammonisce con autorevolezza:
 «Il saggio non si glori della sua saggezza, né il forte della sua forza, né il ricco della sua ricchezza; ma chi si gloria, si glori nel Signore».
È un monito che ci richiama alla consapevolezza che ogni bene, ogni virtù, ogni capacità proviene esclusivamente dalla grazia sovrana di Dio, e che nulla possediamo in proprio se non ciò che Egli benignamente ci concede.

Il Vangelo di Giovanni, al capitolo 13, ci consegna un paradigma eccelso. 
Il Signore Gesù, cingendosi i fianchi con un asciugatoio, versò dell’acqua in una bacinella, si abbassò e lavò i piedi ai discepoli.
In quel gesto, insieme semplice e maestoso, Egli ha impresso nella storia della salvezza la forma più alta della regalità cristiana, che non si manifesta nel dominio, ma nel servizio; non nell’elevazione di sé, ma nell’innalzare l’altro.

Gli insegnamenti del Maestro devono risuonare come un’eco perenne nei recessi più profondi della nostra coscienza spirituale:
«Perdonate e sarete perdonati; date e vi sarà dato; come farete, così sarà fatto a voi; la misura con la quale misurate sarà misurata a voi».
Sono parole che non ammettono interpretazioni accomodanti, ma richiedono obbedienza integrale, perché l’umiltà è la soglia attraverso cui si accede alla vera sottomissione alla volontà di Dio.

Il Signore dichiara:
«Io poserò il mio sguardo su colui che è umile, che ha lo spirito afflitto e trema alla Mia parola» (Isaia 66:2).
E l’Apostolo ci esorta:
«Rivestitevi dunque, come eletti di Dio, santi e amati, di sentimenti di misericordia, di benevolenza, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza» (Colossesi 3:12).

Dio è buono, e la Sua bontà ci convoca a un cammino di semplicità, mansuetudine e gratitudine, affinché la nostra vita sia un riflesso della Sua luce.

Con affetto fraterno, F.llo Sabatino.