Ti invio questo passo profetico di rara proclamazione.
È un testo che appartiene alla regione più alta e meno esplorata della rivelazione.
È la voce di Abacuc, che non parla come semplice supplicante, ma come testimone della potenza eterna del Signore.
«Signore, ho udito la tua fama e sono preso da timore; ravviva la tua opera nel corso degli anni, nel corso degli anni falla conoscere;
nell’ira, ricordati della misericordia.»
Il versetto di Abacuc 3:2 si colloca all’interno di una composizione profetica di straordinaria densità che pochi osano attraversare.
La voce del profeta non si limita a un’invocazione devota.
Essa assume la forma di un atto dichiarativo, quasi un memoriale giuridico depositato davanti al Tribunale divino, nel quale l’uomo, consapevole della propria finitudine, si presenta come testimone della potenza sovrana dell’Eterno.
L’espressione
«ho udito la tua fama» non va intesa come semplice percezione uditiva,
bensì come ricezione di una notizia che possiede natura ontologica,
una comunicazione che non informa soltanto, ma trasforma.
Il profeta non ascolta un racconto.
Egli percepisce la risonanza della gloria divina, una vibrazione che attraversa i secoli e che, giunta fino a lui, lo investe con la forza di un decreto eterno. Da qui il timore, non inteso come paura servile, ma come consapevolezza giuridica della santità, come percezione della distanza ontologica tra il Creatore e la creatura.
Il cuore del versetto è la petizione:
«ravviva la tua opera». In questa formula si cela un concetto di altissima complessità teologica.
Il profeta non chiede un intervento nuovo, ma la riattivazione di un atto già emanato, come se implorasse che Dio riapra un fascicolo antico, un decreto depositato nella storia della salvezza, e lo renda nuovamente operativo. È un linguaggio che richiama la giurisprudenza divina, nella quale l’opera del Signore non è soggetta a obsolescenza,
ma può essere riattualizzata,
resa manifesta, riportata in vigore nel corso degli anni.
Il tempo, qui, non è un limite.
E' il palcoscenico sul quale la volontà eterna di Dio si rende visibile.
La clausola finale «nell’ira, ricordati della misericordia» costituisce uno dei vertici più alti della teologia biblica.
In essa si manifesta la tensione tra la giustizia retributiva e la grazia sovrana.
L’ira di Dio non è capriccio, ma esercizio della Sua santità. Tuttavia, il profeta osa appellarsi alla misericordia come principio superiore, come dispensa regale capace di sospendere la pena, mitigare il giudizio, ristabilire la comunione.
È come se Abacuc invocasse una clausola di clemenza inscritta nel cuore stesso di Dio, una prerogativa sovrana che permette al Giudice di temperare la sentenza con la tenerezza del Padre.
Fratello Sabatino

