«Un sacerdote scendeva per quella stessa strada; e, veduto quell’uomo, passò oltre.»
(Luca 10:31)
non sta semplicemente
descrivendo un episodio,
sta aprendo una finestra sul cuore umano e una porta sul cuore di Dio. Ogni parola è scelta con
precisione divina.
Ogni gesto è una rivelazione spirituale.
Il sacerdote non stava semplicemente avanzando nel
suo cammino.
Stava precipitando interiormente, scivolando in una caduta spirituale che lo rendeva incapace di riconoscere la voce di Dio nel grido dell'uomo ferito.
La sua religione camminava,
ma il suo cuore crollava.
È la condizione dell’uomo religioso quando la forma prende il posto della sostanza, quando il rito prende il posto dell’amore, quando la veste prende il posto della compassione.
È la religione dei religiosi,
cammina, ma senza amore;
parla, ma senza verità,
osserva, ma senza lasciarsi ferire.
È una religione che si muove, ma non si converte,
che giudica,
ma non si inginocchia,
che proclama,
ma non conosce
il cuore del Cristo.
L’uomo ferito è l’immagine dell’umanità senza Cristo,
colpita, derubata, abbandonata.
Non è completamente morta,
ma non è più viva.
È sospesa tra ciò che era e ciò che non riesce più a essere.
È la condizione spirituale di chi ha perso la forza,
la speranza, la direzione.
La Scrittura è chiara,
lo vede, Non lo ignora,
Non lo manca,
Non lo sfiora,
Lo vede,
Ma lo vede senza amore.
Lo vede senza compassione.
Lo vede senza fermarsi.
È la tragedia della religione senza Cristo.
Occhi che vedono, ma cuori che non si muovono.
Poi arriva il levita.
Anche lui vede.
Anche lui percepisce la sofferenza. Anche lui riconosce la tragedia.
Ma non si avvicina.
Non tocca.
Non fascia.
Non solleva.
È il servizio che ha perso la sostanza, la fede che parla ma non agisce, la spiritualità che contempla ma non interviene.
Il sacerdote passa oltre.
Il levita passa oltre.
La religione passa oltre.
Il servizio passa oltre.
Ma Cristo non passa oltre.
Ed ecco il Samaritano.
Per comprendere la potenza della parabola, bisogna capire chi è il Samaritano dal punto di vista teologico.
Il Samaritano rappresenta colui
che il sistema religioso considera indegno,
impuro,
non qualificato.
È l’immagine dell’uomo che la religione scarta, ma che Dio sceglie. È la figura di chi non ha titolo, ma ha amore; di chi non ha posizione, ma ha compassione; di chi non ha ruolo, ma ha il cuore di Dio.
Il Samaritano è Cristo.
Non perché appartenga a una regione,
ma perché incarna la misericordia che la religione non ha.
Il Samaritano si ferma.
Questa è la differenza.
Questa è la rivoluzione del Vangelo. Questa è la gloria di Dio.
Il Samaritano si avvicina,
tocca, fascia, solleva, porta,
paga, ama.
Ogni gesto del Samaritano è un gesto di Cristo verso di noi.
Cristo si ferma davanti alle nostre ferite.
Cristo si avvicina alla nostra miseria. Cristo fascia le nostre piaghe.
Cristo ci solleva quando non abbiamo più forza.
Cristo ci porta quando non possiamo camminare.
Cristo paga il prezzo che noi non potevamo pagare.
Cristo ama quando nessuno ci ama.
Il Samaritano è Cristo,
e Cristo è il Samaritano
della nostra vita.
La parabola non è solo una denuncia,
è una chiamata.
Una chiamata per la Chiesa.
Una chiamata per ogni credente. Una chiamata per ogni ministro.
La Chiesa non è chiamata a imitare il sacerdote che passa oltre, né il levita che osserva da lontano.
La Chiesa è chiamata
a imitare Cristo.
La vera santità è compassione.
La vera spiritualità è vicinanza.
La vera fede è amore incarnato.
La vera adorazione è mani che si chinano.
Il mondo non ha bisogno di una religione che passa oltre.
Ha bisogno di una Chiesa che si ferma, che si avvicina, che fascia, che solleva, che ama.
Il sacerdote vide e passò oltre,
il Samaritano vide e si fermò.
La religione osserva,
Cristo ama.
E noi, come Chiesa,
siamo chiamati a fermarci dove Cristo si ferma.
Che Dio ci benedica.

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